INCHIESTA LACUNOSA, LE RAGIONI DEI FAMIGLIARI DI BIANZINO
Emanuele Giordana
Domenica 3 Agosto 2008
Come morì Aldo Bianzino, l'ebanista di Pietralunga entrato in perfetto
stato di salute in carcere il 12 ottobre dell'anno scorso e uscito
senza vita dalla casa circondariale di Perugia due giorni dopo? La
domanda, cui la richiesta di archiviazione del Pm Giuseppe Pietrazzini,
sembrava aver dato una risposta definitiva con la richiesta di
archiviazione, rimbalza adesso nuovamente su una vicenda sin
dall'inizio apparsa oscura e piena di misteri. Il Gip Massimo
Ricciarelli, cui diverso tempo fa' i famigliari presentarono
opposizione in sede civile, ha deciso di accogliere adesso anche
l'opposizione alla richiesta di archiviazione presentata in luglio
dall'avvocato dei genitori di Aldo – Giuseppe e Maura – e di Roberta
Radici, la compagna di Bianzino con lui arrestata e poi rilasciata
senza che nemmeno le fosse stato detto, se non all'uscita dal carcere,
che Aldo era morto.
Si deve alla caparbietà dei famigliari dunque se il caso non si chiude
in uno scaffale degli uffici giudiziari perugini e se le eccezioni
sollevate dal legale, l'avvocato Massimo Zaganelli, ricostruiscono un
percorso di dubbi e interrogativi non ancora sciolti che il magistrato
ha evidentemente considerato validi, quantomeno a non far diventare la
storia di Aldo un semplice faldone di carte polverose. La ricostruzione
della parte civile mette in fila tutte le contraddizioni di quelle
terribili ore a cominciare dalla mattina di domenica 14 ottobre quando
Aldo è rinvenuto, inanimato, sulla branda superiore del suo letto. I
suoi indumenti si trovano, ordinati, su quella inferiore. La finestra
della cella è aperta seppure sia ottobre inoltrato e Aldo indossi solo
una maglietta a maniche corte. Per il resto è nudo. Il corpo viene
prelevato dagli agenti, trasportato subito fuori della cella e deposto
sul pavimento del corridoio dell’infermeria, sita a pochi metri. Viene
innalzato un lenzuolo così che gli altri detenuti nulla possono vedere.
Si tenta la rianimazione, effettuando il massaggio cardiaco sul corpo
inanimato. Uno dei medici dirà che “… non so spiegarmi per quale motivo
il detenuto sia stato portato sul pianerottolo davanti alla porta
dell’infermeria ancora chiusa poiché (in altri casi) il nostro
intervento avveniva direttamente in cella”.
Le indagini riveleranno “…lesioni viscerali di indubbia natura
traumatica (lacerazione del fegato) e a livello cerebrale una vasta
soffusione emorragica subpiale, ritenuta al momento di origine
parimenti traumatica…”. Ma poi le ricerche si esauriscono con
l’acquisizione dei filmati estratti dalle videocamere dell’istituto di
pena mentre viene aperto procedimento penale nei confronti di una
guardia per omissione di soccorso. La richiesta di archiviazione per il
reato di omicidio viene formulata dal Pm nel febbraio scorso con la
conclusione che Aldo è morto non per trauma ma per un aneurisma
cerebrale; la lesione epatica viene ritenuta estranea all’evento letale
facendo eslcudere “... l’esistenza di aggressioni del Bianzino”.
Motivazioni “assertive e generiche” che, secondo i legali della
famiglia, sono “insostenibili” e frutto di un'“istruttoria lacunosa”.
Valga per tutto una perizia medico legale secondo cui “...la
lacerazione epatica deve essere ritenuta conseguenza di un valido
trauma occorso in vita e certamente non può essere ascrivibile al
massaggio cardiaco, in riferimento al quale vi è prova certa che
avvenne a cuore fermo”.
Il commento, che Roberta Radici ha affidato al quotidiano “La Nazione”,
è lapidario: “Una scheggia di luce per il mio piccolo Rudra”, il figlio
di Aldo e Roberta rimasto orfano del padre a soli 13 anni. Nessuno in
famiglia si è mai arreso all'archiviazione: non gli altri due figli,
Aruna Prem ed Elia con la madre Gioia (che hanno presentato l'altra
istanza di opposizione), né i genitori e il fratello di Aldo. Il padre,
Giuseppe, domenica scorsa è salito sul palco del Goa Boa, il festival
per i diritti umani organizzato dalla Tavola della pace a Genova: di
fronte a 15 mila persone, convenute anche per il concerto di Manu Chao
e quello di Tonino Carotone, Bianzino ha ricordato il valore anche
civile della difesa dei diritti umani. Aveva rivolto un suo personale
appello al giudice perché non archiviasse il caso. Appello accolto.
http://www.lettera22.it/showart.php?id=9469&rubrica=219
di Valerio Evangelisti
Le
sue foto sono strazianti. Una specie di bambino troppo cresciuto, con
gli occhi grandi e chiari, ingenui, e un perenne mezzo sorriso sulle
labbra, lo stesso che aveva da piccolo. Un “ragazzone” triestino di 34
anni (pesava 120 chili, era alto 1,85), per testimonianza di tutti mite
e gentile, un po’ goffo, incapace di fare del male. Era afflitto da
“sindrome schizofrenica paranoide”, che lo aveva colpito dopo il
servizio militare nell’aeronautica, e gli scherzi feroci a cui era
stato sottoposto dai commilitoni. Da quel momento nutrì un timore folle
verso chiunque indossasse una divisa. A posteriori, potremmo dire che
aveva ragione.
Era seguito dai servizi psichiatrici, ma viveva solo, tanto si sapeva
che non era pericoloso. Il 27 ottobre 2006 è stato massacrato e fatto
morire da quattro agenti di polizia, tre uomini e una donna. Per
“asfissia da posizione”, come nel caso di Federico Aldrovandi.
Quel giorno, per Riccardo, era di felicità, uno dei rari nella sua
vita. Era stata accolta la sua richiesta per un posto di netturbino,
doveva presentarsi la mattina dopo. Festeggia a modo suo. Accende una
radiolina a tutto volume. Esce nudo sul balcone e lancia, nel cortile
posteriore, un paio di petardi. Si mette a ballare. I vicini
comprensibilmente si spaventano e chiamano la polizia. Arriva una
pattuglia che intima a Riccardo di aprire la porta. Le divise tanto
temute. L’uomo, terrorizzato, rifiuta, si riveste, va a rannicchiarsi
sul letto. La pattuglia, con l’ausilio di due vigili del fuoco,
scardina l’uscio dell’appartamento con un piede di porco.
Riccardo cerca di difendersi, getta a terra la poliziotta. Viene
percosso sul cranio e sul viso con un manico di piccone e con il piede
di porco. I suoi schizzi di sangue imbrattano le pareti della stanza.
Alla fine è imbavagliato, ammanettato, le caviglie legate con del filo
di ferro. E’ coperto di ferite. Gli salgono sul dorso. Lui rantola, non
riesce a respirare. Muore soffocato. Le pareti attorno paiono quelle di
una macelleria.
Chi non ci crede, guardi questo video, parte 1 e parte 2, realizzato da Paolo Bertazza.
Si
apre un processo che sembra volgere all’archiviazione, se non fosse per
un ripensamento del PM, che di recente ha riaperto il caso. La
mobilitazione e la denuncia, malgrado alcune interrogazioni
parlamentari e varie controinchieste sul web, sono scarse, e per lo più
a livello locale. Eppure è l’ennesimo sintomo di una malattia
generalizzata. Come a Genova nel 2001, come nel caso di Federico
Aldrovandi, esponenti delle forze dell’ordine si sentono legittimati,
dall’uniforme che indossano e dalla quasi certezza dell’impunità
(qualcuno ricorderà le centinaia di vittime innocenti della Legge
Reale), a scatenare istinti ferini su chi non si può difendere.
Riccardo Rasman, pieno di paure, vittima tutta la vita, è stato ferito
e ucciso per avere fatto troppo rumore in un attimo di gioia. Di lui
restano a fissarci gli occhi sgranati e il sorriso un po’ incerto, da
bambino buono e timido.
Firma la petizione on line.
Aldo Bianzino, 44 anni, viene rinchiuso la sera del 12 ottobre
scorso nel carcere di Capanne a Perugia, per il possesso di alcune
piantine di canapa indiana. Viene trovato senza vita la mattina del 14
ottobre.
Aldo l'ho potuto vedere solo in fotografia; suo padre Giuseppe l'ho
incontrato la prima volta a Lodi, un mese fa. L'ho conosciuto tramite
Maria Ciuffi, madre di Marcello Lonzi, anche lui deceduto in carcere
l'11 luglio 2003 (sulla sua morte si sono recentemente riaccese
speranze di verità, dopo la riapertura del caso). Quella sera Giuseppe
ha abbracciato anche Haidi Giuliani, e poi Danila Tinelli e Maria
Iannucci, rispettivamente madre di Fausto e sorella di Iaio. Incroci di
destini fatti di dolorose perdite e di mancanza di giustizia, un
affetto e una solidarietà che sorgono spontanei.
Dal confronto con le foto del figlio, risulta chiara la somiglianza fra
Aldo e Giuseppe. Alti, magri, grandi occhiali. Anche caratterialmente
Giuseppe ricorda quel che si racconta dell'indole del figlio.
Mitissimo, ma non per questo meno risoluto nel combattere le
ingiustizie. Nei gesti e nel sorriso i segni di una cordialità e di una
serenità che la tragedia ha incrinato ma non cancellato. "Mio figlio era molto aperto, disposto a parlare con tutti", mi racconta. "Già
da bambino, bastava che qualcuno lo chiamasse e lui gli sorrideva e lo
seguiva. In questo era simile a me, o almeno a come ero una volta. Oggi
sono cambiato. Una volta sorridevo sempre e qualcuno mi chiedeva 'ma
cos'hai da ridere?'. Io semplicemente sorridevo perché mi sembrava che
la vita mi sorridesse. Oggi sorrido poco, quella domanda non me la
rivolgono più...".
Lo incontro nuovamente nella sua casa di Vercelli. Lui ha voglia di parlare e io di dargli voce.
Tu quando vieni a sapere della morte di Aldo?
Domenica pomeriggio, quando era già morto da alcune ore. Mi ha telefonato Gioia, la sua prima moglie, madre dei due figli maggiori (Aruna ed Elia). All'inizio ha chiesto se Aruna era lì da me, poi ha tergiversato un po', non sapeva come dirmelo. Prima ha detto che mio figlio aveva avuto un infarto, solo dopo qualche minuto ha aggiunto che era morto, ma non mi ha specificato i dettagli, non ha parlato del carcere, non se la sentiva. In quel momento ha accennato solo a mancanze nei soccorsi. Mia moglie era in giardino, gliel'ho dovuto riferire io. Non sai cosa significa dire una cosa del genere a una madre... Ho cominciato a sapere tutta la storia pochi giorni dopo. Poi, dopo altro tempo ancora, è stata sempre Gioia a dirmi "adesso devo raccontarti tutto". Mi ha parlato dell'autopsia, dei 4 ematomi cerebrali, dei danni al fegato e alla milza. In quel momento si diceva pure di due costole rotte, circostanza che però sembra essere stata smentita dall'autopsia successiva. Nel frattempo erano cominciati i contatti con Roberta, la sua compagna (arrestata assieme a lui e scarcerata subito dopo la morte di Aldo), e la nostra battaglia comune per capire cosa fosse successo in quella cella.
Ti sei fatto qualche idea su quanto accaduto?
Ho due ipotesi. Forse i suoi carcerieri pensavano davvero di trovarsi di fronte a uno spacciatore. Non avendo trovato denaro in casa di Aldo e Roberta (la perquisizione aveva raccolto solo trenta euro), hanno pensato avessero nascosto "il malloppo" da qualche parte. Per questo può darsi l'abbiano malmenato, per farlo confessare. L'altra ipotesi si basa sull'idiosincrasia di mio figlio verso strutture chiuse come il carcere. Aldo era molto tranquillo e aperto di carattere, ma incapace di comportamenti servili e non incline al rispetto delle gerarchie. In un ambiente chiuso e codificato come dev'essere il carcere si crea quella subordinazione che pretende ritualità, rispetto ossequioso verso gli ordini: una realtà impossibile per lui. Magari questo l'ha portato a qualche reazione e di conseguenza può essere scattata la voglia di dargli "una lezione".
Cosa puoi dirmi sullo stato delle indagini?
Il magistrato che aveva in mano l'inchiesta era lo stesso che l'ha fatto arrestare. Un arresto che considero assurdo non solo per l'assoluta mancanza di pericolosità di persone come Aldo e Roberta, ma anche perché avvenuto di venerdì pomeriggio, costringendo quindi due persone a restare in carcere inutilmente per almeno tre giorni. Tutto questo senza poter vedere un giudice e chiarire la loro posizione, e per di più lasciando Rudra e la nonna (ossia il figlio quattordicenne di Aldo e Roberta, e una novantenne in precarie condizioni di salute) completamente isolati e abbandonati a se stessi. Sulla sua morte è stata chiesta l'archiviazione, a cui si è opposta tutta la famiglia, coi rispettivi avvocati. Non so cosa aspettarmi delle indagini, seppure da ignorante in materia legale ci vedo troppi buchi. Io pensavo che in un carcere, almeno nei corridoi e nei luoghi di passaggio, ci fosse una vigilanza costante, anche tramite telecamere, eppure ancora oggi non si sa chi sia entrato e uscito da quella cella. Prima abbiamo accennato a incongruenze nelle autopsie e voglio farti un esempio specifico. Le lesioni al fegato le hanno giustificate con una manovra di rianimazione maldestra, fatta con imperizia e troppa violenza. Ammesso che si possa credere a questa versione, è possibile che non si sappia chi ha operato quel tentativo di soccorso?
Alla fine si sta facendo strada la teoria di una morte per cause naturali, per rottura aneuristica. Inoltre, si è parlato molto dell'assenza di lesioni esterne...
L'aneurisma è un elemento di debolezza del sistema circolatorio, che può starsene tranquillo per anni e poi cedere. Cosa posso dirti?... Forse per deformazione professionale da vecchio chimico ragiono in termini pratici, di impianti. Alla Thyssen Krupp l'impianto faceva schifo, ma è successo qualcosa che l'ha fatto scoppiare. Ecco, anche volendo credere all'aneurisma, io sono alla ricerca di quel "qualcosa". Nulla capita per caso. Sulla mancanza di segni esteriori, tu pensi ci siano lesioni esterne nei prigionieri di Guantanamo? O sui corpi dei poveracci passati nelle mani di Videla o Pinochet per poi essere scaricati in mare?
La storia di tuo figlio mi ricorda un panorama in cui la nebbia prima si dirada e poi si riaddensa. Ci parla di una zona grigia nello stato dei diritti, favorita dall'intreccio tra retorica securitaria e guerra al diverso.
In questi tempi si fa un gran parlare di sicurezza, peraltro cercando di distorcere la scala di importanza dei fatti. Quando si parla di sicurezza e legalità non si parla dei morti sul lavoro, che sembrano confinati in un altro pianeta, e neppure dei grandi truffatori, che non sembrano destare quello che oggi viene chiamato "allarme sociale". Intendiamoci, capisco che il ladro che ruba la pensione alla vecchietta che l'ha appena ritirata sia un problema reale e da affrontare, ma non capisco quale allarme possa essere determinato da uno che si fa uno spinello. Chi vive alle nostre spalle rubando miliardi o guadagnandoli in modo poco pulito, al contrario, non è considerato pericoloso. Tu mi parli di nebbia e di zona d'ombra ed è corretto; io, al di là del dolore personale, la storia di mio figlio l'ho vissuta come un'enorme contraddizione. Una contraddizione di quello che una volta avremmo chiamato "il sistema".
La vicenda di Aldo ti ha creato un'idea in generale del mondo carcerario? E come è cambiata, se è cambiata, la tua visione della giustizia?
Cosa penso del carcere? Che è una cosa diversa se ti chiami Geronzi o Bianzino. Può sembrare banale ma è così, è quel che sento. Quando oggi leggo di tragedie successe nei CPT, di persone malmenate o morte "in circostanze misteriose", come si dice, provo la stessa sensazione: carceri e CPT sono luoghi dove la persona perde i propri diritti. Per questo è facile che lì dentro certe cose succedano, ed è difficile poi scoprire la verità. E parlo di due luoghi che a torto si pensa debbano tutelare solo chi sta fuori da chi vi è imprigionato. E' falsissimo: carcere e CPT dovrebbero tutelare pure chi sta dentro. Questo perché anche chi viene rinchiuso in una di quelle strutture è sotto la tutela dello Stato. Tutti, ma a maggior ragione quelli che, come Aldo, sono reclusi senza aver subito una condanna e quindi vanno considerati innocenti fino all'emissione della sentenza. Del resto ne abbiamo parlato prima: quando si parla di sicurezza si parla di una sicurezza monca e ambigua. Le morti in carcere sono tantissime. Non parliamo di quelle nei CPT, visto che quei poveracci ormai sembrano appartenere a una categoria subumana. Non parliamo di Carlo Giuliani: per lui hanno ripristinato la pena di morte, direttamente in piazza. Una volta avremmo parlato di "giustizia di classe": forse dovremmo avere il coraggio di dirlo anche oggi...
http://www.reti-invisibili.net/morticarceri/articles/art_13436.html
Street Parade Canapisa 2008
L'assunzione di sostanze che modificano la coscienza è un fatto che accomuna gli esseri umani di tutti tempi, luoghi e culture. Nel corso del tempo è stato proibito l'uso di alcune di queste sostanze, dando vita a tutta una serie conflitti ai quali i governi hanno risposto con sempre maggiore repressione. Nasce così il problema droga. Sono state promulgate leggi e istituiti imponenti apparati repressivi, per affrontare la questione a livello globale, che hanno dichiarato la guerra alla droga. Una persecuzione infame, fatta di incursioni militari, uccisioni, perquisizioni, fermi, arresti, blitz, lancio di diserbanti chimici su intere popolazioni che, è bene ricordare, ha fatto nascere un reato la' dove non ci sono vittime, costringendo alla clandestinità milioni di esseri umani. Mai nessuna legge ha prodotto nella storia del genere umano una quantità tale di sofferenze. Definibile come la terza guerra mondiale perchè combattuta su fronti sparsi nell'intero pianeta, questa strategia planetaria conta ormai migliaia di vittime e continua ad infliggere lacrime e sangue ad un numero sempre maggiore di esseri umani, magari solo per aver coltivato una pianta. Queste politiche di fatto hanno creato il mercato nero delle sostanze illecite, un mercato totalmente libero nel quale è possibile avere enormi profitti e, paradossalmente, nonostante i loro continui fallimenti nel ridurre il volume dei traffici e i livelli di consumo delle droghe, queste strategie non sono mai state messe seriamente in discussione, anzi sono state potenziate e rafforzate negli aspetti piu' repressivi, arrivando ad essere la principale causa di carcerazione mondiale.
In nome di un astratto ideale di Società libera dalle droghe, ingenti risorse statali sono finite nella casse di apparati repressivi creati ad ok che hanno messo in campo le loro politiche di Tolleranza Zero ed hanno contribuito, non di certo ostacolato, al rafforzamento delle criminalità organizzate, alla diffusione delle sostanze stesse e dei modi piu' rischiosi di assumerle. In un regime proibizionista i rischi connessi al consumo di sostanze crescono vertiginosamente e vanno ben oltre ai pericoli connessi alla sostanza in sè: per esempio l'impossibilità di sapere la concentrazione reale della sostanza che si crede di assumere ed il tipo di sostanze con le quali è stata tagliata. Molti non pensano al fatto che la merce droga sia una Merce Speciale, non una merce come tutte le altre, perchè se un'automobile è sempre un'automobile dal produttore fino al consumatore , una pistola è sempre una pistola, un chilo di eroina, grazie alla magia del proibizionismo, dall'Afganistan all'Italia diventa venti chili. Oggi, in Italia, questa ipocrita battaglia è condotta da una delle normative mondiali piu' dure in materia, la legge Fini Giovanardi sulle sostanze stupefacenti, con la quale tutte le sostanze sono state messe sullo stesso piano ed i timidi tentativi di un'azione di riduzione dei danni, resi già difficili dalla precedente legge in materia (legge Iervolino-Vassalli), sono stati letteralmente travolti da un'azione repressiva totale. Le conseguenze sono state la maggiore diffusione di sostanze pesanti e la trasformazione di una questione culturale, politica e sociale in una questione esclusivamente medica e penale.
Questo appello ha l'obiettivo non solo di far riflettere su una situazione che diventa giorno dopo giorno sempre piu' insostenibile, a causa di un proibizionismo che va ad alimentare, piuttosto che risolvere, le problematiche che ufficialmente dichiara di voler contrastare, ma anche quello di costruire una rete sociale capace di mettere in piedi un percorso concreto, fatto di sperimentazioni pratiche, che produca un avanzamento in materia . E' sempre piu' urgente un'opposizione sociale che si organizzi e che faccia sentire le sue ragioni e la sua voce al fine di fondare un'alternativa concreta ad un tale stato di cose.
Il superamento del proibizionismo non solo è possibile, ma è diventato indispensabile. Crediamo fermamente che una riflessione sincera di tutti, insieme alla sperimentazione di pratiche di riduzione del danno, ispirate ad una cultura del consumo critico e consapevole e fondate sull'informazione, possano concretamente superare le problematiche attuali connesse al consumo di sostanze ed evitare tante morti, principalmente causate dalla clandestinità in cui il proibizionismo costringe ad agire. Non c'è mai stata questa possibilita': ad un rischio ipotetico proveniente da un eventuale legalizzazione, sono stati preferiti i fallimenti concreti e tangibili della repressione,causando immani sofferenze .
Qualcuno sta giocando con le nostre vite e sta facendo soldi sulla nostra pelle. Se in ballo è la nostra libertà e la nostra stessa esistenza, allora dobbiamo essere noi a condurre le danze, dobbiamo lottare affinchè il diritto all'autodeterminazione non rimanga lettera morta.
Nè malati, nè criminali, ma gioiosamente illegali.
Autoproduzione unica soluzione.
CANAPISA 2008 MANIFESTAZIONE
- SABATO 31 MAGGIO -
ore 17 P.zza S. Antonio,PISA
Dedicata ad Aldo Bianzino.
' ); document.write( addy1551 ); document.write( '' ); //-->Per adesioni canapisa@inventati.org ' ); //--> ' ); //-->
Il movimento antipro lotta:*Contro il decreto Fini che favorisce la criminalità organizzata;
*Contro la somministrazione forzata di psicofarmaci che ingrassa le farmaceutiche;
*Contro i trattamenti invasivi e devastanti come l'elettroshock;
dell'uso critico e consapevole;
*Per valorizzare percorsi di disintossicazione volontari ispirati a pratiche antisegregazioniste, non secondo i
dignità umana;
*Per avere il diritto ed ottenere l'accesso immediato all'uso terapeutico della canapa.
*Per infrangere i pregiudizi culturali ed istituzionali che giustificano terapie forzate all'origine della
discriminazione di cui sono vittime i consumatori di droghe insieme ai cosiddetti malati psichiatrici.
Droghe: Roma; la "Million Marijuana March" per Aldo Bianzino
Dire, 5 maggio 2008
È stata dedicata ad Aldo Bianzino (il falegname quarantenne umbro
arrestato lo scorso inverno perché aveva piante di marijuana nel suo
casolare e morto in carcere il giorno dopo) l'ottava edizione della
Million Marijuana March, che alle 16 è partita da piazza della Repubblica
a Roma. La marcia fa parte di un' iniziativa mondiale che, partita dalle
poche decine di città del 1999, coinvolge ormai più di 220 città su tre
punti rivendicativi: fine delle persecuzioni per i consumatori; diritto
all' uso terapeutico della Cannabis per i pazienti; diritto a coltivare
liberamente una pianta che è parte del patrimonio botanico del pianeta.
"Quest' anno la dedicheremo ad Aldo Bianzino - afferma Alberto Sciolari,
uno degli organizzatori - perché la sua vicenda è davvero inquietante: lo
arrestarono nel suo casolare in campagna perché aveva qualche pianta di
marijuana e il giorno dopo morì in cella. Dissero che si trattava di un
malore, ma dall' autopsia risultò la frattura di alcune costole e danni al
fegato, come se avesse subito un pestaggio fatto ad arte per non lasciare
tracce evidenti".
Un pensiero Sciolari lo rivolge però anche al nuovo sindaco di Roma Gianni
Alemanno: "Ora ci si può aspettare di tutto, perché in teoria, a
differenza di Veltroni che aveva cercato di mantenere una pace sociale,
Alemanno potrebbe decidere di far applicare rigorosamente la legge
Fini-Giovanardi, usandola come grimaldello. Da parte nostra cercheremo di
mantenere dei paletti, soprattutto sul diritto dei malati a curarsi con la
cannabis, perché se il peggio inizia poi non si ferma più".
3 MAGGIO 2008
ROMA
8a MILLION MARIJUANA MARCH
DEDICATA AD ALDO BIANZINO http://veritaperaldo.noblogs.org
ORE 16.00 PIAZZA ESEDRA
La million marijuana march è un'iniziativa mondiale lanciata nel 1999 dal sito statunitense http://www.cures-not-wars.org. Sbarcò nel nostro paese il 5 maggio 2001 con la campagna di autodenuncia di massa "Signor giudice ho piantato un seme"
(info alla pag http://www.ilmanifesto.it/piantailseme/campagna2001.htm)
che raccolse circa 1100autodenunce tra Palermo, Milano e Roma dove il 05-05-01 furono consegnate 645 autodenunce assieme ad alcune piantine di cannabis alla caserma dei carabinieri di piazza Venezia da una delegazione di nove persone al termine di una street antiprò partita da piazza della Repubblica e aperta da una delegazione di indiani Lakota.
Il giudice per le indagini preliminari prosciolse i nove in istruttoria preliminare stabilendo che non vi era reato e la vicenda si concluse quindi senza conseguenze penali oltre che per la delegazione anche per tutti gli autodenunciati nei confronti dei quali non fù mai iniziata nessuna azione legale.
Da allora ogni anno il primo fine settimana di maggio l'Italia partecipa con Roma all'iniziativa mondiale che partita dalle poche decine di città del 1999, coinvolge ormai più di 220 città su tre punti rivendicativi da sempre uguali in tutto il mondo:
1) fine delle persecuzioni per i consumatori.
2) diritto all'uso terapeutico della Cannabis per i Pazienti
3) diritto a coltivare liberamente una pianta che è parte del patrimonio botanico del Pianeta.
La ultime edizioni, sabato 6 Maggio 2006 e sabato 5 Maggio 2007 hanno attraversato Roma da Piazza della Repubblica a Piazza Bocca della Verità con una partecipazione di alcune decine di migliaia di consumatori e consumatrici danzanti dietro ai camion sound.
Per la prossima edizione, sabato 3 Maggio 2008 (la ottava italiana a Roma e la decima per il resto del mondo) ci aspettiamo una partecipazione ancora maggiore dato il carattere esponenziale dell'iniziativa mondiale.
In questa ottava edizione la Million avrà inizio alle ore 16.00 a P.zza della Repubblica e terminerà improrogabilmente entro le ore 23,30 a P.zza Bocca della Verità.
Giovedì 3 aprile , presso il crx di madonna alta a Perugia , si terrà un aperitivo (ore 20:30) e
a seguire , concerto a supporto del "comitato Verità per Aldo". Suoneranno Matta Clast e Psyco candy.
Milano - 28 marzo 2008 in Cantiere
Raggae contro il proibizionismo, con Aldo nel cuore
Serata Benefit per Aldo Bianzino, contro la Milano del proibizionismo in kit.
Venerdì 28 Marzo, dalle 22.00 serata benefit per Aldo Bianzino,
Presenta:
ZizzaPowaPosse
suonano
Dabadub
Yeah Sound
A partire dalle 18.00 PostSocialAperitive Antiproibizionismo in Autonomia, a cura di Nesp, www.nonesemprepesante.org
Una giornata, una notte, una festa per non dimenticare Aldo Bianzino, morto dopo una notte in questura per essere stato trovato in possesso di qualche pianta di marijuana, nella sua cascina nella campagna perugina. Per non dimenticare nessuna delle vittime che il proibizionismo produce. Un’occasione, nella città dei kit antidroga, delle politiche securitarie e del controllo, per ragionare sull’autonomia delle pratiche antiproibizioniste. Un’occasione per aiutare concretamente la famiglia di Aldo e raccontare a tutti la sua storia, che appartiene a tutti noi.
Ringraziamo i Subsonica che hanno suonato a Perugia il 13 marzo 2008 per l'intervento fatto dal palco sulla vicenda di Aldo e per averci permesso di fare il banchetto informativo.
Un grazie anche a tutti i ragazzi che si sono avvicinati e hanno chiesto informazioni.
Qui sotto il video dell'intervento.
Storie di ordinaria repressione: racconti e testimonianze.
Ricostruiamo
il filo rosso della repressione che parte dai casi di Livorno (Marcello
Lonzi) e di Ferrara (Federico Aldrovandi) fino ad arrivare all'ottobre
umbro caratterizzato dalla morte in carcere di Aldo Bianzino e dallo
spettacolare arresto dei ragazzi di Spoleto.
Intervento di Roberta Radici compagna di Aldo Bianzino.
Parte 1:
Parte 2:
Riceviamo e pubblichiamo:
Alcune considerazioni sul caso di Aldo Bianzino La vicenda è nota. Aldo Bianzino è stato arrestato il 12 ottobre 2008 e condotto nel carcere Le capanne di perugia. La mattina del 14 è stato trovato morto nella cella in cui era stato rinchiuso. Quali le cause della sua morte? Ad una prima autopsia vengono riscontrate diverse lesioni "compatibili con l'ipotesi di omicidio" e subito si ipotizza la sua morte per percosse subite durante la sua breve detenzione. Viene aperta una inchiesta. Dopo una seconda autopsia,l'asportazione del fegato e del cervello,la sua morte viene fatta risalire a cause naturali,negando di fatto l'ipotesi delle percosse. Ma se A. fosse veramente morto per cause naturali che bisogno ci sarebbe stato di occultare la vista del suo corpo,steso nudo per terra,agli altri detenuti ponendo delle lenzuola sulle porte di tutte le altre celle della sezione? Che bisogno ci sarebbe stato di sottoporre il suo corpo a due autopsie e all'asportazione del fegato e del cervello? E se invece fosse vero che Aldo sia stato ammazzato di botte, dove ci conduce la risposta a questa domanda? Aldo può essere stato percosso nel corso di un interrogatorio informale di polizia ,come si dice, oppure nel corso di un banale diverbio con qualche agente di custodia. Tutto cio addomberebbe il sospetto che nelle scuole di polizia di questo paese si insegnino le moderne tecniche americane di conduzione degli interrogatori e di trattemento dei detenuti. Allora ci sarebbe da ridire anche sul comportamento del magistrato inquirente ,del direttore del carcere ,del comandante degli agenti di custodia e dei medici legali. La risposta afferamativa alla domanda posta ha delle rilevanze politiche enormi:significa che a Perugia ci sarebbero una o più persone che sono addestrate a picchiare scientificamente,che avrebbero ammazzato una persona e che rispetto a questo fatto godrebbero della impunità con la complicità di una parte della magistratura e dei medici legali. Questo gruppo di assassini non si anniderebbe nelle pieghe oscure del territorio perugino ma starebbe al centro dell istituzioni della città. Quello che stupisce è anche il silenzio stagnante che circonda la vicenda non una voce chiara ma tante ambigue risposte da parte dei partiti e delle amministrazioni cittadine. Si parla di questi fatti con la più assoluta noncuranza come se si trattasse di un banale fatto di cronaca. Ma come c'è il sospetto che un uomo sia stato ammazzato nel carcere.Chi è l'assassino? Ci sarebbe da mettersi a gridare ai quattro venti di fronte al solo sospetto che all'interno delle istituzioni democratiche ci sia una banda di assassini che agisce impunita al di fuori dei confini della stessa legge che dovrebbe difendere.Questo è il nodo che sta al centro di tutta la vicenda. Ed è un nodo politicamente rilevante. Più terra terra sarebbe forse opportuno proporre che l'inchiesta sulle cause della morte di Aldo fosse affidata ad un altra procura. Ed invece è successo che l'inchiesta sulla morte di Aldo è stata lasciata in mano al medesimo magistrato che ha ordinato la sua cattura il quale ha affidato una parte delle indagini al corpo di polizia penitenziaria,lo stesso corpo del quale alcuni componenti possono essere sospettati del pestaggio che ha causato la morte. Al limite lo stesso magistrato che ha ordinato la cattura potrebbe essere sentito,come teste, nell'inchiesta sulla cause di morte. Perchè almeno ipotizzando a tutto campo anche la vendetta mafiosa, sarebbe interresante sapere come si è arrivati all'individuazione di Aldo. Per chiarezza ed onestà istituzionale sarebbe opportuno proporre di cambiare procura. Parliamone. Inoltre sarebbe necessario costruire intorno a questa vicenda il più ampio schieramento di opinione possibile sollecitando prese di posizione politiche da parte di esponenti di partiti e di rappresentanti istituzionali. E non si dica che non c'entra con le campagne elettorali perchè come si fa a sollecitare adesione al voto democratico,sopratutto tra i giovani, se poi le istituzioni stesse sono incapaci di ammettere i propri errori quando violano gli stessi principi democratici alla cui difesa sono preposte?
Riportiamo alcuni passaggi interessanti: Dal Corriere dell'Umbria del 28/02/2008 Morto in cella. Come i familiari motivano l'opposizione all'archiviazione - di E.C.Bertoldi "Ispirati unicamente dalla volontà di vedere chiariti in ogni punto, i motivi, le dinamiche, le cause e le responsabilità che hanno condotto "altrove" Aldo, chiediamo che l'inchiesta non sia archiviata. Lo chiediamo per Aldo, ma non solo per Aldo. Anche per tutti coloro che dopo di lui si troveranno a soggiornare nel carcere di Capanne". È questa la motivazine con il quale il figlio e il fratello di Aldo Bianzino, rispettivamente Aruna Prem e Claudio, chiedono al gip Restivo di respingere la richiesta di archiviazione dell'inchiesta sull'omicidio iscritta contro persona ignota, al pm Petrazzini. ........... Fanno poi notare che anche la perizia conclusiva mette in luce una lesione epatica, che però il pm afferma essere del tutto estranea all'evento. "Una manovra rianimatoria talmente errata e maldestra da determinare la lacerazione epatica avrebbe – sostengono i congiunti – comportato anche una lesione sternale che di contro non è stata riscontrata sul corpo di Aldo". La parte civile indica un'ipotesi: "non si vede come non possa essere stato ipotizzato un traumatismo epatico che di conseguenza potrebbe aver determinato la rottura dell'aneurisma (ad esempio attraverso l'induzione di un aumento pressorio). ......... L'indagine La richiesta di opposizione all'archiviazione indica anche un teste che sostiene di averlo visto uscire dalla sua cella "per ben due volte" e "sempre per recarsi in infermeria" accompagnato da un assistente, mentre in infermeria risulta una sola visita. Dunque risentire il teste, ascoltare un altro teste che conferma questo particolare e individuare quale agente lo abbia accompagnato e scoprire le visite in infermeria. Anche le telecamere del carcere fanno vedere degli spostamenti che "non possono non essere ritenuti importanti per l'indagine". In particolare viene indicata l'esigenza di individuare chi fosse l'individuo in tuta mimetica alle 20.32e un altro alle 20.53. Un altro ancora alle 22.32 che si muove "con una certa fretta" e che "gesticola".
Audio della conferenza stampa del 25 febbraio 2008, del Comitato "Verita' per Aldo" per presentare il dossier sulla morte di Aldo Bianzino nel carcere di Capanne .
fonte: RadioRadicale http://www.radioradicale.it/scheda/248118
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Sicuro da morire.....
Interrogativi sull'archiviazione del processo per omicidio
volontario per la morte di Aldo Bianzino
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"Comitato verità per Aldo"
ECCESSI DI SICUREZZA
Storie di ordinaria repressione: racconti e testimonianze
Ricostruiamo il filo rosso della repressione che parte dai casi di Livorno (Marcello Lonzi) e di Ferrara (Federico Aldrovandi), fino ad arrivare all’ottobre umbro, caratterizzato dalla morte di Aldo Bianzino e allo spettacolare arresto dei ragazzi spoletini.
ASSEMBLEA MERCOLEDI’ 20 FEBBRAIO AULA 6 ORE 16, FACOLTA’ SCIENZE POLITICHE -VIA PASCOLI - PERUGIA-
Interverranno:
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Roberta, compagna di Aldo Bianzino, morto “misteriosamente” in carcere a Capanne, Perugia;
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Aurelio, padre di Michele, l’unico dei ragazzi spoletini ancora in isolamento;
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Comitato verità per Marcello Lonzi, picchiato a morte in carcere a Livorno;
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Checchino Antonini, giornalista di Liberazione, per parlare del caso Aldrovandi;
Lab.Aut
Comitato Verità per Aldo Bianzino






